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L’Odg e la pericolosa mutazione semantica

Approvate dal Cnog le linee guida che ora passano al vaglio del Parlamento. Le inquietanti prospettive di controllo che si aprirebbero con la trasformazione in “Ordine del giornalismo” e la mano sugli addetti stampa

All’Ordine dei giornalisti non basta aver deciso, dai tempi di Benito Mussolini a oggi, chi dovesse essere giornalista e chi no. Da oggi vuole decidere anche cosa sia giornalismo e cosa no. È quello che emerge dalle linee guide approvate oggi dal Cnog e subito spruzzate nell’etere in maniera unificata e acritica da ogni sorta di sito. Ecco, dunque, servita, l’autoriforma che avrebbe dovuto distogliere dall’abolizione il sottosegretario all’editoria dal passo felpato Vito Crimi. e che ora passerà al vaglio del Parlamento. Un restyling del nome, i criteri di accesso all’albo leggermente modificati e, il pezzo da novanta, la “gestione” degli addetti stampa. Vediamoli uno per uno.

L’inquetante mutazione semantica: da Ordine dei giornalisti a Ordine del giornalismo. Il cambio di un termine non è irrilevante se si pensa che potrebbe aprire la strada a uno scenario pericoloso per la libertà di informazione. Potrebbe essere l’Odg (tra l’altro indirettamente finanziato dal magnate di Open Society George Soros attraverso Carta di Roma) a decidere in futuro cosa sia giornalismo e cosa no. Uno scenario a dir poco inquietante, visto le ormai acclarate vicinanze dell’organismo. Anche internet, fino a oggi porto franco della libertà di espressione, potrebbe cadere sotto la sua scure. Le limitazioni potrebbero riguardare anche chi non è giornalista: a oggi, chiunque ha la possibilità di redarre un articolo per internet, ma se un giorno l’attività web venisse equiparata a quella giornalistica e nel frattempo fosse subentrato un “Ordine del giornalismo”, cosa succederebbe?

I criteri di accesso. Qui cambia il nome ma non la sostanza. L’Odg fino a questo momento ha gestito l’accesso all’Albo dei giornalisti professionisti tramite i discussi esami di Stato. In futuro – stando a quanto hanno approvato Carlo Verna e i suoi – per diventare professionista anziché il canonico praticantato si potrebbe passare a un “corso annuale di pratica da attuarsi di intesa con l’Ordine”. Cambierebbe dunque solo la parola usata per definire l’azione che il giornalista (che dovrebbe avere anche una laurea almeno triennale) fa per acquisire i ferri del mestiere. Non cambierebbe la sostanza, se non nel fatto che i diciotto mesi diverrebbero dodici, mentre l’Ordine controllerebbe un (ulteriore) aspetto che un tempo era demandato alle redazioni. Per i pubblicisti, al posto della consegna degli articoli scritti si vorrebbe far subentrare la firma del direttore responsabile della testata per cui si è collaborato, oltre che l’iscrizione a un ente provvidenziale, che per i giornalisti è l’Inpgi. Si prospetterebbe, dunque, un ulteriore modo di fare cassa per l’ente che non sembra avere alcun intento di autoriformarsi ma anzi quello di radicarsi ulteriormente, e ad imperitura memoria.

Una “manina”, in tempi in cui per le manine c’è molto lavoro, sarebbe messa anche sugli addetti stampa.Quegli operatori della comunicazione che lavorano a stretto contatto con la politica e con i politici, o che si interfacciano con le redazioni di giornali e tv e con le aziende. Anche qui, gli scenari che si potrebbero prospettare non sono esattamente rosei. Gli addetti stampa sono gli “artigiani” che fabbricano le notizie alla base, e che poi vengono smistate alle testate mainstream che si limitano a rigirare le frasi e a cambiare qualche virgola. Questo potrebbe voler dire ulteriore appiattimento oltre che, ovviamente, allineamento.